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La trial non è rotta: stai portando dentro gli utenti sbagliati
Quando una trial converte poco, la reazione più comune è guardare l’onboarding. Si cambiano schermate, tooltip, email, messaggi in-app, sequenze di reminder. Il lavoro sembra sensato perché è vicino al problema visibile: le persone entrano, non pagano, quindi qualcosa nella trial deve essere rotto.
Il 7 luglio 2026, Ben Williams ha pubblicato su PLG.news un pezzo dal titolo Stop fixing your trial. Fix who’s in it. La tesi è semplice e scomoda: spesso il problema non è la trial, ma chi ci arriva dentro.
Per un team prodotto questa distinzione cambia tutto. Se i signup non sono qualificati, puoi migliorare l’onboarding per mesi e continuare a lavorare sul punto sbagliato. Il funnel ti mostra una caduta, ma non ti dice automaticamente dove nasce.
I signup sono una metrica troppo comoda
I signup sono facili da misurare e facili da muovere. Una campagna più aggressiva, una landing più chiara, un contenuto SEO che intercetta più traffico, un post che gira bene. Il numero sale e sembra progresso.
Ma non tutti i signup hanno lo stesso significato. Alcuni arrivano perché hanno il problema giusto, budget, contesto e urgenza. Altri sono curiosi, studenti, competitor, persone fuori target, utenti che hanno frainteso la promessa o aziende troppo piccole per comprare davvero.
Se li metti tutti nello stesso grafico, la media diventa una bugia gentile. Ti dice che la conversione è bassa, ma non ti dice se stai parlando con clienti potenziali o con persone che non avrebbero mai comprato nulla.
È la stessa disciplina diagnostica dietro la discovery e la priorità prodotto. Prima di ottimizzare la superficie del prodotto, il team deve capire quale problema, segmento ed evidenza meritano davvero il ciclo successivo.
La domanda non è solo attivazione
Molti playbook PLG partono dal presupposto che l’utente arrivato in trial sia già più o meno qualificato. Da lì ha senso lavorare su activation, time to value, lifecycle, esperimenti e nudges. Ma se quella premessa è falsa, il playbook risponde a una domanda diversa.
Un onboarding migliore può aiutare un utente giusto a capire prima il valore. Non può trasformare un utente sbagliato in cliente. Può rendere più fluido il percorso, ma non cambiare il fatto che quella persona non ha il problema, non ha budget o non ha autorità.
Per questo la prima discovery non dovrebbe guardare solo dentro il prodotto. Dovrebbe tornare upstream: da dove arrivano i signup, che cosa si aspettavano, quale promessa hanno letto, quale job pensavano di risolvere, perché hanno deciso di provare.
Il lavoro manuale torna utile
Quando i numeri sono ancora gestibili, il modo più veloce per capire cosa sta succedendo non è sempre una query più raffinata. Spesso è prendere due settimane di signup e guardarli uno per uno.
Chi sono? Azienda reale o account personale? Ruolo coerente con l’ICP? Problema plausibile? Dominio aziendale? Segnali di urgenza? Hanno usato una feature che indica intenzione reale, o hanno solo cliccato due schermate?
Questo lavoro sembra poco scalabile, ed è proprio il punto. Se hai centinaia di signup, puoi permetterti una revisione manuale. Non puoi permetterti mesi di ottimizzazione su un funnel che forse sta misurando curiosità, non domanda.
Dove entra un Fractional PM
Qui il ruolo di un Fractional PM non è “sistemare la roadmap”. È aiutare il team a decidere quale problema sta davvero risolvendo.
Se il founder vede signup in crescita e conversione bassa, è naturale chiedere più esperimenti di activation. Un PM esterno deve poter fare la domanda meno comoda: siamo sicuri che stiamo portando dentro le persone giuste?
Da lì cambiano le priorità. Prima di rifare l’onboarding, forse serve chiarire il posizionamento. Prima di aggiungere email, forse serve cambiare acquisizione. Prima di costruire una feature per aumentare activation, forse serve separare segmenti diversi e capire quali utenti meritano davvero prodotto, sales o contenuto.
Product culture significa proteggere la diagnosi
Una buona cultura di prodotto non si vede solo da quante discovery call fa il team. Si vede da quanto protegge la diagnosi prima di saltare alla soluzione.
Ottimizzare una trial è lavoro legittimo. Il problema nasce quando diventa la risposta automatica a qualsiasi metrica bassa. In quel caso il team sta usando il prodotto per correggere un problema che forse appartiene a mercato, posizionamento, canale o pricing.
La domanda da portare in roadmap non è “come aumentiamo la conversione della trial?”. È più precisa: quali utenti vogliamo davvero in trial, quali segnali ci dicono che sono qualificati e quale parte del funnel sta portando dentro persone che non dovrebbero arrivarci?
Se questa risposta manca, l’onboarding può anche migliorare. Ma il team continuerà a lucidare una porta che si apre sulle persone sbagliate.